In questi ultimi tempi, si assiste ad uno strano fenomeno: da un lato, pressoché tutti i mezzi di informazione e l’attuale scena politica internazionale descrivono uno scenario di crisi e di crescente recessione; dall’altro, gli italiani sembrano continuare a non farsi mancare niente. Li si vede beati in vacanza, a prendere il volo low-cost, a festeggiare nelle sagre di paese, ad innervosirsi sotto gli ombrelloni con immancabile palmare alla mano, a strombazzare sulle autostrade, a cadere preda di liti da spiaggia, spesso così futili da sembrare di vivere in un videogame.
Questo distacco quasi schizofrenico tra le nubi minacciose della povertà e le hit dell’estate 2011 risulta particolarmente accentuato quando si guarda ai “giovani” (ossia a coloro che, nel nostro Paese, abitano quella fascia d’età compresa tra i quattordici e i cinquant’anni). Loro, le prime vittime della precarietà, della disoccupazione, le generazioni illuse e perdute, sembrano non preoccuparsi troppo. Perchè? Che succede? Come mai, in Italia, l’allarmismo finanziario ed economico pare non far presa tra gli avventori della festa della pecora arrosto, tra i gitanti delle isole greche, tra gli studenti universitari e i giovani sposi? Si tratta di un’innata tendenza all’ottimismo o c’è dell’altro?
Ecco che qui entra in ballo un archetipo dell’immaginario collettivo italiano, un mito, un’istituzione: la mamma. Quella mamma che, in versione 3.0, diventa anche la nonna. La mamma e la nonna sono i più potenti ammortizzatori sociali del nostro Paese e coloro che, garantendo teglie di lasagne sempre pronte in forno, un tetto sotto cui svernare in caso di necessità, una parte di pensione, le cento euro “così ti compri il caffè”, rappresentano l’antidoto alla nube nera della recessione.
Grazie a queste due figure insostituibili, anche il vivere con ottocento euro al mese (quando va bene) diventa sopportabile, perché cibo, lenzuola pulite, ed un di più sul misero stipendio non mancano mai. E così, il reale costo della vita non viene percepito, passa in secondo piano. Si coglie l’attimo senza pensare al domani, quasi anestetizzati al fatto che una mamma ed una nonna, purtroppo, non sono “per sempre” e che, in generale, sia il mondo fuori dal nido ad essere il mondo vero, spesso assai poco disposto a rinforzare le lasagne, a regalare cento euro, a pensare al bucato ed alle lenzuola pulite, a dire: “Finché ci siamo noi, non vi dovete preoccupare.”
Questa è la forza e, insieme, la debolezza del nostro Paese: la generosità che diventa familismo, la premura che diventa soffocante, la solidarietà che diventa assistenzialismo. Neppure il contrario è auspicabile: individualismo, solitudine, mancanza di empatia verso il prossimo portano ad un pericoloso culto della personalità, dove l’altro non esiste, se non per il raggiungimento di scopi ben precisi, e troppo spesso molto vani. Ma allora … è, l’Italia, un Paese povero? Sono, gli italiani, sull’orlo del tracollo? Tecnicamente sì, ed i numeri parlano chiaro. Ma chi distingue il poco ed il troppo non è un numero.
L’ultima segnalazione editoriale riguarda un libro dal titolo “The Economics of Enough” che, tradotto alla lettera, è: “L’Economia dell’Abbastanza” (http://d.repubblica.it/dmemory/2011/07/16/rubriche/rubriche/030app75130.html ). L’autrice, l’economista Diane Coyle, invita a riflettere sull’importanza di non dimenticare mai il futuro, e le generazioni che verranno. In questo, le nonne e le mamme italiane non ci hanno fatto mancare niente mentre noi, forse, siamo più proiettati a prendere il meglio dell’oggi che a riflettere sulle condizioni che noi, ed i nostri figli, avremo domani.
Magari l’Italia non ha perso le sue risorse migliori, ma le ha semplicemente cristallizzate in un presente che pare immortale, come quelle donne che ci hanno tirato su con tanti sacrifici. Da questo amore estremo, però, non abbiamo imparato l’altruismo, ma l’egoismo del benessere, il dare per scontato ciò che si ha, l’eterno essere figli senza mai pensare al fatto che, un giorno, si potrebbe essere anche genitori.
Forse non ci manca niente, se non questo sguardo responsabile verso il futuro. Di sicuro, se non abbandoneremo l’abbraccio rassicurante del passato, difficilmente diventeremo grandi.

