Miracolo a Le Havre

Posted: 27 novembre 2011 in I film di Gabriele

Le Havre, nell’Alta Normandia, si affaccia sulla Manica ed è la seconda città portuale della Francia.

Come tutti i luoghi di passaggio, abbraccia storie, culture, umanità di tutti i tipi e, soprattutto, contraddizioni: benessere e povertà, solitudine e solidarietà, mare e terraferma.

Il nuovo film di Aki Kaurismaki, “Miracolo a Le Havre” coglie, con grande delicatezza ed insieme fermezza, l’incrocio tra questi estremi.

La sua è una storia semplice: il lustrascarpe Marcel Marx vive alla periferia della città insieme alla devota moglie Arlettine e trascorre le sue giornate all’insegna di una quotidianità frugale, ma dignitosa. Nella strada che lo porta a casa, non è raro trovare la panettiera che gli fa credito per regalargli una baguette in più, o la luminosa padrona del caffè in cui la sera, dopo una giornata di lavoro, si attarda per un bicchierino. Marcel e sua moglie hanno due vestiti a testa, conservano i soldi risparmiati in una scatola di latta, e si amano con i gesti ed i silenzi, fino a che questa serenità non viene interrotta da due eventi dirompenti: il ricovero in ospedale di Arlettine e l’incontro del protagonista con Idrissa, un ragazzino di colore ed immigrato clandestino, fuggito da una retata della polizia di frontiera.

Il resto della trama, ed i personaggi che la popolano attraverso rughe del volto e sguardi indimenticabili, valgono la pena d’essere visti e capiti da ciascuno a suo modo, nel buio della sala. In assoluto, quello che resta del film va ben oltre la trama.

In tempi così frenetici ed autistici, la storia di Marcel e di Idrissa è un richiamo alla lentezza e alla fiducia nel prossimo, senza alcuna concessione alla retorica. Le vite dei protagonisti sono piccoli cammei e grandi spunti di riflessione sul valore delle proprie azioni, ma anche delle cose che abbiamo dimenticato: un telefono a gettoni, il sapore di una omelette che ci si può permettere dopo una giornata di duro lavoro, l’amore di una mano che lucida una scarpa consunta o che stira un paio, l’unico paio di pantaloni, il calore umano e la sicurezza del proprio quartiere, l’importanza dell’avere un nome e del conservare, intatta, la propria dignità, la calma, i modi pacati.

“Miracolo a Le Havre” va visto prendendosi un momento di pausa dai pensieri negativi, dalle urgenze e dalle ansie, e poi si digerisce con lentezza. Alla fine fa male, perché magari il vicino di casa non ci saluta neppure, il telefonino squilla in continuazione senza portare contenuti alla giornata, il frigo è pieno, ma i rapporti umani sono pressoché esauriti. Non è mai stato il troppo a farci capire il sapore del giusto.

In un simile caso, Marcel sarebbe andato al caffè di Claire e avrebbe chiesto un bicchierino di Calvados, Arlettine avrebbe tirato una boccata dalla sua sigaretta guardando fuori dalla finestra, e Idrissa avrebbe lavato in silenzio i piatti, sognando di attraversare la Manica.

L’unica traversata che noi possiamo ancora concederci, è quella che ci riporterà ad un dialogo vero, non necessariamente fatto di parole, con il prossimo.

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